Fronti-Dimenticati-Georeferenziazione

Georeferenziazione delle cartografie storiche

Uno strumento fondamentale per la ricerca sul campo

Nel corso delle nostre attività di ricerca e ricognizione sul territorio, la georeferenziazione delle cartografie storiche si è rivelata uno strumento imprescindibile. Molti dei manufatti della Prima Guerra Mondiale che stiamo censendo si trovano infatti in aree impervie, boschive o difficilmente accessibili, dove la vegetazione ha progressivamente nascosto trincee, ricoveri e camminamenti, rendendoli spesso invisibili a una semplice osservazione sul terreno.

In questo contesto, poter sovrapporre una carta storica alla cartografia attuale e consultarla direttamente sul campo rappresenta un supporto decisivo non solo per individuare manufatti già noti, ma soprattutto per ipotizzare la presenza di strutture oggi dimenticate o non più immediatamente riconoscibili.

Cos’è la georeferenziazione?

Con il termine georeferenziazione si intende il processo attraverso il quale una carta storica, priva di un sistema di coordinate moderno, viene “ancorata” a un sistema di riferimento geografico attuale. In altre parole, si assegna a un’immagine storica una posizione corretta nello spazio, permettendone la sovrapposizione a carte moderne, ortofoto e modelli digitali del terreno.

Questo processo consente di confrontare direttamente passato e presente, verificando la corrispondenza tra quanto riportato sulle fonti storiche e ciò che è ancora visibile sul terreno.

Le carte utilizzate

Il nostro lavoro si basa principalmente sulle cartografie del Genio Militare allegate alla monografia di riferimento dedicata alla seconda linea di difesa della Valle Tellina tra Grosio e Grosotto. Si tratta di materiali di grande valore storico e documentale, ma molto eterogenei tra loro.

Alcune carte sono estremamente dettagliate e focalizzate su porzioni limitate di territorio; altre, invece, rappresentano l’intero sistema difensivo con tratti più schematici o approssimativi, talvolta veri e propri schizzi funzionali alla pianificazione militare. A questo si aggiunge il fatto che non disponiamo degli originali, ma spesso di fotografie delle carte, con pieghe, deformazioni e fogli separati che è stato necessario ricomporre digitalmente per ottenere un quadro completo.

Il lavoro in QGIS e l’uso di QField

Per la georeferenziazione, di cui si sta occupando Massimo, utilizziamo QGIS, un software GIS open source che consente di lavorare con precisione su cartografia storica e moderna. Una volta georeferenziate le mappe vengono esportate e caricate su smartphone tramite QField, permettendoci di consultarle direttamente durante le attività sul campo.

Questa integrazione tra lavoro al computer e verifica sul terreno si è dimostrata fondamentale, soprattutto in contesti dove la lettura del paesaggio risulta complessa.

Le difficoltà incontrate

Il processo di georeferenziazione non è stato sempre lineare. Nelle fasi iniziali un sistema di proiezione non adatto alla scala e alla precisione richieste da una cartografia storica così mirata non ha permesso di ottenere ottimi risultati, con scarti anche significativi tra mappa e realtà. La cartografia e, di conseguenza la georeferenziazione, si basano su centinaia di standard spesso incompatibili l’uno con l’altro (fig. 1).

Utilizzare coordinate della posizione rilevata sul campo attraverso lo smartphone con Maps piuttosto che Qfield (fig. 3), in gradi piuttosto che in UTM(Universal Transverse Mercator), e con un SR (Sistema di riferimento) non corretto porta a georeferenziare la nostra carta storica in mezzo all’Oceano Indiano! Inoltre, l’aggancio dell’immagine (Raster) alle coordinate della mappa di riferimento (Google Satellite piuttosto che OpenMaps o altro) prevedono la scelta di funzioni matematiche diverse (fig. 4) che danno, a seconda della scelta, risultati utilizzabili o assolutamente inutili (figg. 5-6) .

Un’ulteriore difficoltà è stata rappresentata dalla natura stessa delle carte storiche: pieghe, deformazioni, fotografie non perfettamente ortogonali e la necessità di unire più fogli hanno reso il lavoro complesso e, in alcuni casi, inevitabilmente approssimativo.

In diversi casi, poi, la georeferenziazione si è rivelata inizialmente errata perché alcuni elementi riportati in carta — come strade e mulattiere — non corrispondono più alla viabilità attuale. Questa discrepanza è emersa chiaramente durante le uscite sul campo e anche grazie al confronto con altri layer, come il particellare catastale fornito dal Comune, che ha permesso di individuare tracciati storici oggi scomparsi o modificati.

Dai punti certi al terreno

Nonostante queste difficoltà, anche una georeferenziazione solo “abbastanza precisa” si è spesso rivelata estremamente utile. Basandoci su punti certi e riconoscibili — come le chiese di San Giuseppe, San Gregorio, San Giorgio e San Giovanni Battista — siamo riusciti a correggere progressivamente gli scarti e ad affinare la posizione dei manufatti.

A questo si è aggiunta la lettura attenta della simbologia cartografica: dirupi, scarpate, allineamenti rettilinei di opere, vicinanza a elementi naturali o a strutture già note hanno spesso fornito indicazioni preziose. In diversi casi, proprio l’allineamento di più manufatti lungo una direttrice o la loro collocazione rispetto a punti di riferimento noti ha permesso di individuare strutture non immediatamente visibili o di ipotizzarne con buona attendibilità la posizione.

Uno strumento in continua evoluzione

Qgis è un software veramente potente e per questo complesso, quindi per neofiti come noi ha presentato parecchie difficoltà di comprensione. Tuttavia, la passione che ci muove ci ha permesso di superare queste difficoltà – dopo giornate di tentativi e confronti – individuando un sistema di riferimento più coerente con il contesto locale e con la natura delle carte utilizzate.

La georeferenziazione, per come la intendiamo noi, non è un risultato definitivo, ma un processo in continua evoluzione. Ogni uscita sul campo, ogni rilievo e ogni verifica contribuiscono a migliorare la precisione delle carte e a rendere più affidabili le ipotesi di lavoro.

Nei prossimi articoli dedicati alle attività sul campo faremo spesso riferimento a questo strumento, che rappresenta oggi uno dei pilastri del nostro metodo di ricerca: un ponte tra cartografia storica, tecnologia e osservazione diretta del territorio.

A cura di Massimo Rota e Massimiliano Pini

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